LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA (questione carceraria,giusto processo )

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Dal lodo Alfano al processo breve, ecco le proposte per riformare la giustizia

Obiettivo del presente dossier, avente ad oggetto il tema de “la riforma della giustizia”, è raccogliere, senza alcuna pretesa esaustiva, alcune delle più significative novità legislative in materia avanzate nel corso della presente legislatura. La riforma della giustizia può essere definita come una “riforma epocale” considerato che mai prima d’ora si è messo mano in maniera così drastica ai princìpi del sistema giudiziario così come definito dai padri costituenti.

La riforma tocca temi cruciali quali: la separazione delle carriere, l’ obbligatorietà dell’azione penale, la responsabilità civile dei giudici. Diverse poi sono le questioni connesse che hanno animato fortemente il dibattito nei mesi scorsi: i temi trattati spaziano infatti dalla disciplina delle intercettazioni telefoniche, alla sospensione del processo penale per le più alte cariche dello Stato e alla ragionevole durata dei processi.

Il dibattito sulla riforma della giustizia non si è fermato alla discussione sui provvedimenti o sulle proposte, ma appare strettamente legato alla questione del rapporto tra politica e giustizia, agli equilibri tra poteri dello Stato.

La legge n. 124 del 23 luglio 2008 recante “Disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato” e nota come lodo Alfano”, dal nome del Ministro della Giustizia che l’ha proposta, Angelino Alfano, prevedeva la sospensione dei processi penali, per tutta la durata del mandato, nei confronti delle più alte cariche dello Stato: il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio dei ministri, i Presidenti di Camera e Senato. Era prevista inoltre la sospensione di tutti i procedimenti giudiziari, anche quelli relativi a fatti commessi prima dell’assunzione dell’alta carica e già in corso al momento di promulgazione della legge. Lo scudo, però, non si applicava agli eventuali reati commessi nell’esercizio delle funzioni dal Capo dello Stato e dal Premier. Inoltre, la sospensione dei processi non era reiterabile (una stessa persona, quindi, non poteva godere di una seconda sospensione se, cessata una carica, ne assumeva un’altra), con una sola eccezione riconosciuta dalla legge: l’ipotesi di una successiva nomina del capo del governo alla stessa carica nella medesima legislatura. Infine, il “lodo”, pur sospendendo il decorrere del tempo ai fini della prescrizione, non precludeva al giudice l’acquisizione di prove non rinviabili, e prevedeva la possibilità per chi ricopriva l’alta carica di rinunciare «in ogni momento» alla sospensione e per le altre parti coinvolte nel processo di proseguire l’azione in sede civile, «con termini ridotti alla metà».

In seguito, il “lodo” è stato sottoposto all’esame della Corte costituzionale, che con la sentenza n. 262 del 19 ottobre 2009 ne ha dichiarato l’illegittimità costituzionale per violazione degli articoli 3 (principio di uguaglianza) e 138 (obbligo di far ricorso a una legge costituzionale e non ordinaria) della Costituzione.

In materia di intercettazioni il testo relativo al disegno di legge recante “Norme in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali. Modifica della disciplina in materia di astensione del giudice e degli atti di indagine. Integrazione della disciplina sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche” introduce una serie di importanti novità: – le intercettazioni restano possibili, come previsto dall’articolo 266 del codice penale, per i delitti non colposi per i quali è prescritta la pena dell’ergastolo o la reclusione superiore nel massimo a 5 anni, per i delitti contro la pubblica amministrazione e per quelli riguardanti la droga, il contrabbando, le armi e gli esplosivi, l’ingiuria, la minaccia, l’usura, l’insider trading, l’aggiotaggio, la molestia anche telefonica e la diffusione di materiale pedo-pornografico. Tuttavia, le intercettazioni potranno essere autorizzate (da un tribunale collegiale composto da tre giudici) solo in presenza di «evidenti indizi di colpevolezza»; – le intercettazioni potranno durare al massimo 30 giorni, anche non continuativi. La durata potrà essere prorogata di altri 15 giorni, anche non continuativi, su richiesta motivata del pubblico ministero. Potrà essere autorizzata un’ulteriore proroga delle operazioni fino a 15 giorni, anche non continuativi, qualora siano emersi nuovi elementi; – quando le indagini riguardano mafia, terrorismo e altri reati gravissimi quali riduzione in schiavitù, tratta di persone, sequestro di persona per rapina o estorsione, contrabbando o traffico di stupefacenti, l’autorizzazione a disporre le intercettazioni potrà essere concessa in presenza di «sufficienti indizi di colpa». Le operazioni non potranno superare i 40 giorni, ma potranno essere prorogate dal tribunale con decreto motivato per periodi successivi di 20 giorni, qualora permangano gli stessi presupposti, entro i termini di durata massima delle indagini preliminari; – le intercettazioni non potranno essere utilizzate in procedimenti diversi da quello nel quale sono state disposte, salvo i casi di mafia e terrorismo; – chi pubblicherà il contenuto di intercettazioni per le quali è stata ordinata la distruzione sarà punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni. Stessa pena anche per chi pubblicherà – anche per riassunto o in parte – atti e contenuti relativi a conversazioni o flussi di comunicazione riguardanti fatti e circostanze o persone estranee alle indagini di cui sia stata disposta l’espunzione; – il disegno di legge vieta inoltre la pubblicazione di nomi o immagini di magistrati relativamente ai procedimenti e processi penali loro affidati, a meno che l’immagine del magistrato non sia scindibile dal diritto di cronaca oppure siano state disposte le riprese televisive per il dibattimento; – resta vietata la pubblicazione, anche parziale, degli atti non più coperti da segreto fino a che non siano concluse le indagini preliminari o fino al termine dell’udienza preliminare, ma di tali atti è sempre consentita la pubblicazione per riassunto. È vietata invece la pubblicazione delle intercettazioni anche se non più coperte da segreto, fino alla fine delle indagini preliminari. È consentita la pubblicazione delle ordinanze emesse in materia di misure cautelari, dopo che l’indagato o il suo difensore ne sono venuti a conoscenza; – gli editori dei giornali che violeranno il divieto di pubblicazione saranno puniti con multe fino a 465mila euro; i giornalisti, invece, rischieranno l’arresto fino a 30 giorni o l’ammenda fino a 5mila euro (fino a 10mila in caso di intercettazioni); – il pubblico ufficiale o il magistrato responsabile della fuga di notizie sulle intercettazioni sarà punito con l’ammenda da 500 a 1.032 euro; – il magistrato che rilascerà «pubblicamente» dichiarazioni sul procedimento a lui affidato avrà l’obbligo di astenersi e dovrà essere sostituito, se iscritto nel registro degli indagati per rivelazione del segreto d’ufficio.

Il progetto di revisione costituzionale affronta inoltre il tema della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, già trattato al tempo della Bicamerale presieduta da D’Alema tra il 1996 e il 1998. Esso prevede anzitutto la riforma del tanto criticato CSM, che verrà appunto diviso in due parti. Si stabilisce, in sostanza, la creazione di due concorsi separati per l’accesso alle professioni di giudice e pubblico ministero: all’inizio della loro carriera i magistrati dovranno decidere quale delle due strade percorrere. In particolare, per quanto concerne la composizione del CSM “requirente”, la riforma prevede che esso si occuperà della nuova categoria (separata) dei pubblici ministeri: sarà composto per una metà da membri “laici” nominati dal Parlamento e per l’altra da giudici togati eletti nelle categorie di riferimento. Si prevede inoltre che la vicepresidenza spetti ad uno dei membri laici, e che sia il Capo dello Stato a presiedere. Ancora, si stabilisce la regola di avere un membro di diritto per parte, ovvero il primo Presidente di Cassazione per il CSM giudicante e il Pg della suprema Corte nel CSM requirente. La durata in carica sarà di quattro anni. Per quanto riguarda il sistema di voto, si presume che il voto del vicepresidente varrà doppio in seno al plenum. Con ciò, a detta del Presidente del Consiglio, si costruirebbe una riforma che realizza pienamente i princìpi del giusto processo, affacciatisi nel 1999 con la riforma dell’articolo 111 della Costituzione e che, di fatto, sono rimasti inapplicati a fronte della mancata separazione delle carriere di giudice e pubblico ministero.

I pubblici ministeri, inoltre, avranno sempre l’obbligo di esercitare l’azione penale ma – se passerà l’ipotesi di modifica all’art.112 della Costituzione – potranno farlo “secondo modalità stabilite dalla legge”. Si affideranno dunque a una legge ordinaria le priorità dei reati da perseguire. Torna in Costituzione l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione introdotto a suo tempo dalla legge Pecorella poi bocciata dalla Corte Costituzionale: all’art 111 sarà aggiunto infatti un comma secondo cui “contro la sentenza di condanna è sempre ammesso appello davanti a un giudice di secondo grado” mentre “le sentenze di assoluzione sono appellabili nei casi previsti dalla legge”.

Quanto al c.d. “processo breve” recante “Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi, in attuazione dell’articolo 111 della Costituzione e dell’articolo 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”, il disegno di legge è composto da tre articoli. Nell’articolo 1 sono stabilite le modalità per la durata «ragionevole» dei processi: «non sono considerati irragionevoli i periodi che non eccedono la durata di due anni per il primo grado, di due anni per il grado di appello e di ulteriori due anni per il giudizio di legittimità, nonché di un altro anno in ogni caso di giudizio di rinvio». Il giudice può aumentare fino alla metà i suddetti termini. Se vengono superati i limiti di ragionevole durata, il processo penale è estinto (articolo 2), «nei processi per i quali la pena edittale […] è inferiore nel massimo ai dieci anni di reclusione». Tale disposizione non si applica, però, nei processi in cui «l’imputato ha già riportato una precedente condanna a pena detentiva per delitto, anche se è intervenuta la riabilitazione, o è stato dichiarato delinquente o contravventore abituale o professionale» e nei processi relativi a uno dei seguenti delitti, consumati o tentati: associazione per delinquere, incendio, pornografia minorile, sequestro di persona, atti persecutori, furto aggravato, furto in abitazione e furto con strappo, circonvenzione di persone incapaci, delitti previsti dall’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, e dall’articolo 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale, violazione delle norme relative alla prevenzione degli infortuni e all’igiene sul lavoro e delle norme in materia di circolazione stradale, reati previsti nel testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero (decreto legislativo 25 luglio 1998 n. 286), traffico illecito di rifiuti. La disposizione non si applica, inoltre, quando l’imputato dichiara di non volersi avvalere dell’estinzione del processo. L’articolo 3 contiene disposizioni relative all’entrata in vigore della legge e all’applicazione delle norme sull’estinzione processuale. Il disegno di legge il 20 gennaio 2010 è stato approvato dal Senato con alcune modifiche rispetto al testo del proponente. L’obiettivo dichiarato del provvedimento è quello di rendere più certi presupposti, procedura e quantificazione dell’equo indennizzo, nel quadro di un generale contenimento degli effetti, anche economici, derivanti dalla durata non ragionevole dei processi. L’ intento è quello di razionalizzare le procedure di equo indennizzo previste dalla legge Pinto, in modo da contenere i tempi per la loro decisione, in particolare riducendo la discrezionalità del giudice nella valutazione della ragionevole durata. Si è così introdotto un criterio oggettivo, secondo il quale la durata ragionevole del processo è fissata in termini prestabiliti per ogni grado di giudizio. Ulteriore intervento riguarda in particolare il processo penale laddove, in considerazione della particolare delicatezza dei diritti fondamentali investiti, è stabilito che la ragionevole durata del procedimento debba essere contenuta in termini perentori, oltrepassati i quali è prevista l’estinzione del processo. Tale beneficio è stato però escluso in presenza di alcune condizioni soggettive ed oggettive: infatti il processo non si estingue se l’imputato sia stato dichiarato delinquente professionale o abituale, ovvero nei casi di recidiva. Il beneficio dell’estinzione del processo è altresì escluso per i delitti più gravi, puniti cioè con pena non inferiore nel massimo a dieci anni, nonché per una serie di delitti specificamente elencati, e individuati o in base alla loro abituale complessità probatoria, ovvero sotto il profilo dell’allarme sociale. Il disegno di legge ha suscitato un acceso dibattito tra le diverse fazioni politiche, nonché in seno alla magistratura, ma ha evidenziato la necessità di intervenire su questa materia e circa il fatto che la ragionevole durata del processo è un principio costituzionale non sacrificabile.

Tratto da:

-          V. Antonelli, U. Ronga, M. Vergottini e E. Vite, “La riforma della giustizia”, Istituto Vittorio Bachelet Osservatorio sulle riforme, Dossier 1/2010

Fonte: L’Occidentale    Giovedi’ 14 aprile 2011

aprile 14, 2011 Pubblicato da | Uncategorized | Lascia un commento

Con la riforma della giustizia si punta alla vera autonomia dei magistrati

Sostiene Calamandrei: “Il pericolo nuovo che incombe sulla giustizia è la politicizzazione dei giudici. Il magistrato che scambia il suo seggio con un palco da comizio cessa di essere magistrato”.

Non è mia intenzione strumentalizzare il ‘Calamandrei-pensiero’ del 1921 (in una prolusione all’Università di Siena) alle “feste di piazza” di questi ultimi giorni. La frase, semmai, si presta per essere collocata nel quadro generale del progetto di riforma costituzionale presentato dal Guardasigilli, che vuole innovare il testo della Costituzione nella parte relativa all’organizzazione della Giustizia. Infatti, l’obiettivo di fondo è quello di “spoliticizzare” il magistrato, distinguendo, fin dal momento genetico dell’accesso alla carriera, il giudice dal pubblico ministero. E’ noto che questa confusione e sovrapposizione di ruoli è un’anomalia tutta italiana, laddove negli ordinamenti di democrazia liberale non è prevista. Anzi: negli altri sistemi giuridici il pm è subordinato al ministro della giustizia.

Quindi, partiamo da qui: la separazione delle carriere tra magistrato requirente e giudicante, che è prevista nel progetto di riforma costituzionale, è una scelta comunque minore rispetto a quanto avviene in altri ordinamenti. Ci si è preoccupati, innanzitutto e soprattutto, di dividere i ruoli, operando, in tal senso, un’ulteriore separazione del potere in una logica montesqueviana. Ovvero: se il potere giudiziario, ma piuttosto di “ordine” si tratta, prevede al suo interno la convivenza, anzi la intercambiabilità, fra chi accusa e chi giudica, il costituzionalismo liberale chiede e pretende che si mantengano distinti i due ruoli. Anche solo per non rimanere muti alla domanda: ma come può chi ha accusato (e si è formato alla pubblica accusa) sapere poi giudicare con imparzialità, indipendenza e giustizia?

Il progetto di riforma predisposto dal ministro Alfano corregge così un fenomeno di strabismo giudiziario. E quindi, due concorsi, due carriere: o giudice o pubblico ministero. Naturale conseguenza di ciò è poi la previsione, presente nella riforma, di due Consigli superiori della magistratura: uno per la magistratura giudicante, composto per metà da laici e togati (ma con un togato in più: il presidente della Corte di Cassazione) e presieduto dal Presidente della Repubblica; e uno per la magistratura requirente, anche esso composto per metà da laici e togati (ma con un togato in più: il procuratore generale della Corte di Cassazione) e presieduto dal Presidente della Repubblica. Con una Corte di disciplina della magistratura, distinta in due sezioni, che ha il compito di emanare i provvedimenti disciplinari sia per i giudici sia per i pubblici ministeri. Potrà non piacere, ma non si può certo dire che non è chiaro e geometrico nel suo disegno costituzionale.

Insomma: se il legislatore costituzionale del 1999 aveva riscritto l’articolo 111 della Costituzione (sotto dettatura della CEDU, per così dire), il legislatore della revisione costituzionale si propone di completare l’assetto del sistema giustizia. E quindi, se il nuovo articolo 111 aveva finalmente previsto il giusto processo penale con un giudice terzo, con un contradditorio e con la parità delle parti, oggi il progetto di riforma lo rende manifesto chiarendo chi sono le parti (pubblica accusa e difesa), come si svolge il contradditorio (tra pm e avvocati) e chi è terzo nel giudizio e fa giustizia (il giudice). Anche questo potrà non piacere, ma questo è il due process of law del liberalismo giuridico anglosassone.

Di altro si occupa il progetto di riforma. Mi limito a segnalare un comma aggiuntivo all’articolo 111 che recita: “Contro le sentenze di condanna è sempre ammesso l’appello, salvo che la legge disponga diversamente in relazione alla natura del reato, delle pene e della decisione. Le sentenze di proscioglimento sono appellabili soltanto nei casi previsti dalla legge”. Si costituzionalizza così un principio, quello della inappellabilità delle sentenze di proscioglimento, che era stato oggetto di disciplina legislativa (la cosiddetta legge Pecorella) ma era caduto sotto la scure della Corte costituzionale proprio perché non previsto in Costituzione. Anche qui, sul modello del sistema processuale anglosassone, si prevede che nel caso in cui un imputato sia stato dichiarato innocente in primo grado, il pubblico ministero non può ricorrere in appello avverso la decisione. Semmai si rivolgerà alla Cassazione, che potrà in tal modo essere veramente quello che Guido Calogero auspicava fosse ‘l’organo di controllo della logica del giudice e del suo giudicare’. L’aver sottratto al pubblico ministero la possibilità di appellarsi risponde a un aspetto processualmente rilevante, che è riassumibile nella seguente domanda: come fa un pubblico ministero a motivare un appello se non riesce a dimostrare al giudice di primo grado la fondatezza della sua accusa? Ha un senso replicare e quindi duplicare un processo, dal momento che un giudice si è pronunciato per l’innocenza di un imputato? Certo, se dovessero emergere nuove prove, ovvero nuove testimonianze, queste potranno essere fatte valere in Cassazione. Ancora: potrà non piacere, ma non si può negare che è un principio di civiltà giuridica.

Concludo con un aneddoto raccontato da Flaiano: “Ai primi di novembre [1922], la statua della Giustizia, che troneggiava nel lunotto del Palazzaccio, verso il fiume, perdette il suo principale attributo: la bilancia. Era di ferro e di travertino. Questa bilancia precipitò, mancando di poco un avvocato, e i cocci rimasero sulla scalinata, ma neanche questo segno destò eccessive preoccupazioni. Dalle finestre del collegio in cui alloggiavo, potetti vedere nei mesi seguenti che il guasto fu riparato; ma al posto della bilancia i restauratori misero, tra le mani della Giustizia, una spada, la cui punta poggiava per maggior sicurezza sulla trabeazione. E’ ancora lì. Della bilancia si perdette presto il ricordo”.

Ebbene, mi sembra di potere dire che il progetto di riforma costituzionale del ministro Alfano intenda – per insistere nell’aneddoto – costruire una nuova statua della Giustizia, distinta e distante dalla prima, con la bilancia tra le mani e sotto la scritta: “I giudici costituiscono un ordine autonomo e indipendente da ogni potere e sono soggetti soltanto alla legge”.

marzo 17, 2011 Pubblicato da | Uncategorized | Lascia un commento

Processo breve, segnalazioni per giudici lumaca

Il relatore del ddl sul processo breve ha depositato un emendamento sulla ragionevole durata del processo: verranno segnalati i giudici troppo lenti. Consegnata anche la norma per tagliare i tempi di prescrizione per gli incensurati

Roma - Arriva l’obbligo di segnalazione del ’processo lumacà. Il relatore al ddl sul processo breve, Maurizio Paniz, ha da poco depositato un emendamento con il quale si riscrive l’articolo 5 del testo, che riguarda la durata ragionevole del processo ed ora l’obbligo di segnalazione. In esso, fra le altre novità, si prevede che “in attuazione del principio di ragionevole durata del processo il capo cui appartiene il giudice che procede comunica al ministro della giustizia e al procuratore generale presso la Corte di Cassazione” il processo che abbia “sforato” i tempi previsti.

I tempi della prescrizione Il relatore del testo sul processo breve Maurizio Paniz ha presentato la norma per tagliare al massimo i tempi di prescrizione per gli incensurati. “Per gli incensurati – spiega lo stesso Paniz – il trattamento dovrà essere completamente diverso dai recidivi. L’interruzione della prescrizione per gli uni comporterà l’aumento di un sesto del tempo necessario a prescrivere, di un quarto per gli altri”.

Berlusconi: arriveremo a quota 336… Nel corso del vertice del Pdl a Palazzo Grazioli viene data la notizia del ritorno nel Pdl della deputata di Fli Giulia Cosenza. Lo stato maggiore del partito fa i complimenti al coordinatore Denis Verdini in prima linea nelle mediazioni e il premier si lascia andare ad una battuta: puntiamo a 330 come dice Denis, ma io sono convinto che possiamo arrivare a 336.

marzo 16, 2011 Pubblicato da | Riforma della giustizia | Lascia un commento

Giustizia, Alfano al Colle: “Toghe responsabili e separazione carriere”

Il Guardasigilli al Quirinale. Nella bozza la responsabilità dei magistrati come dipendenti della pa, separazione delle carriere con due Csm e limiti all’azione penale. No dell’opposizione

Roma - Un colloquio di circa due ore quello tra il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e il ministro della giustizia Angelino Alfano. Al centro il pacchetto di riforme della giustizia che il governo intende lanciare in tempi rapidi. Stando alle prime ricostruzioni, il Capo dello Stato ha “preso atto” in maniera “formale” delle intenzioni dell’esecutivo, ascoltando quello che il ministro ha avuto modo di illustrargli, e ha auspicato, come più volte in passato, che si trovino larghe intese.

Alfano: “Recepite le indicazioni” “Ho illustrato il disegno di legge di riforma della Costituzione in materia di giustizia. Il presidente Napolitano ha ascoltato, ha preso atto e ha svolto considerazioni di carattere generale che io ho ascoltato e recepito con la dovuta attenzione”. Alfano sintetizza così con i cronisti l’incontro con il Capo dello Stato nel corso del quale ha illustrato la bozza di riforma della giustizia. “Si tratta di considerazioni di ordine generale – aggiunge Alfano – sono soddisfatto dell’incontro”. “Modifiche al testo?” gli chiedono i cronisti. “Quale testo? – risponde il Guardasigilli – il testo lo presentiamo domani”.

La riforma del governo Ore di lavoro febbrile intorno alla bozza di riforma della giustizia che il governo porterà per l’approvazione al Consiglio dei ministri di domani. Una corposa riforma della Costituzione per puntare, nella sintesi di Maurizio Gasparri, “alla separazione delle carriere, alla riduzione del tasso di politicizzazione delle toghe soprattutto nel Csm e per parlare di responsabilità civile” scelte che il capogruppo Pdl al Senato definisce “utili ai cittadini e a una giustizia più rapida ed efficiente”.

Due Csm I Csm diventano due: uno per i giudici e uno per i pm. Entrambi presieduti dal Capo dello Stato. È questa la novità introdotta nell’ultima versione della bozza della riforma della giustizia che oggi il Guardasigilli è andato a illustrare al Quirinale. Cade dunque l’ipotesi che a capo del Csm dei magistrati requirenti vada il procuratore generale della Cassazione eletto dal parlamento in seduta comune su indicazione del Csm. Parte quest’ultima eliminata nelle ultime ore. Del Csm dei giudici farà parte di diritto il primo presidente della Corte di Cassazione. Gli altri componenti saranno per il 50% scelti dai giudici previo sorteggio degli eleggibili (con l’intento di ridurre il peso delle correnti della magistratura associata), per l’altra metà dal parlamento in seduta comune tra professori ordinari di università di materie giuridiche e avvocati dopo 15 anni di esercizio. Il vicepresidente del Csm della magistratura giudicante sarà scelto tra i componenti laici. Durano in carica 4 anni e non sono rieleggibili (in Costituzione ora si prevede che non siano “immediatamente rieleggibili”). La novità dell’ultima ora riguarda il Csm dei pm: sarà anch’esso presieduto dal capo dello Stato e ne farà parte come membro di diritto il procuratore generale della Cassazione, ma salvo cambiamenti dell’ultim’ora, si prevede un ribaltamento dell’attuale proporzione ora a maggioranza ‘togata’. La componente ‘laica’ dovrebbe infatti essere ridotta a un terzo (previo sorteggio degli eleggibili) mentre quella togata arriverebbe a due terzi. Modifiche anche all’attuale art. 105 della Costituzione: i consigli superiori – secondo l’ultima versione di bozza – “non possono adottare atti di indirizzo politico né esercitare attività diverse da quelle previste dalla Costituzione”. Espunta dalla bozza, invece, l’iniziale previsione secondo cui i Csm avrebbero potuto esprimere parere sui ddl del governo solo su richiesta del ministro della Giustizia.

La responsabilità delle toghe “I magistrati sono direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione dei diritti, al pari degli altri funzionari e dipendenti dello Stato”. È quanto prevede l’ultima bozza di riforma della giustizia, in 16 articoli. Questo significa che le toghe potranno essere chiamate a rispondere di tasca propria dal cittadino che potrà citare direttamente loro in giudizio e non lo Stato come è ora. Nella bozza si prevede anche, come aggiunta all’articolo 113 della Costituzione (diventa il 113 bis), che “nei casi di ingiusta detenzione o di altra indebita limitazione della libertà personale, la legge regola la responsabilità civile dei magistrati” la quale “si estende allo Stato”.

I criteri dell’azione penale “L’ufficio del Pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale secondo i criteri stabiliti dalla legge” lo prevede l’ultima versione della bozza della riforma della giustizia. Se a oggi l’articolo 112 della Costituzione prevede che “il pm ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”, nella penultima bozza la formulazione era “secondo le modalità stabilite dalla legge”. Ora, invece, la versione sottoposta al Quirinale, parla di “criteri”. Comunque un’azione penale limitata rispetto a quella che oggi può esercitare il pm.

Il no dell’opposizione “Le carte si vedono sempre, ma le premesse non sono buone…” anticipa Pierluigi Bersani che teme “una copertura sul piano politico generale e costituzionale al bricolage domestico dell’aggiustamento delle leggi ad personam, e continuare a non parlare dei problemi seri della giustizia”. “È del tutto evidente che si mette in moto un treno che non ha stazione” aggiunge il leader Pd. Italo Bocchino anticipa che “non c’e un nostro no preventivo, perché – conviene il vicepresidente Fli – il Paese ha bisogno di una riforma della giustizia. Siamo disposti a discutere nel merito, condividiamo l’ipotesi della separazione delle carriere, dei due Csm, meno delle modifiche dell’Alta Corte, ma discutiamo”. L’esponente finiano pone però “due condizioni: la riforma non deve prevedere norme ad personam e non deve essere punitiva nei confronti dei magistrati”. Forti perplessità da Api, con Francesco Rutelli che avverte: “Ho l’impressione che il governo Berlusconi non sia affatto animato dall’intenzione di migliorare il funzionamento della macchina giudiziaria. Stanno sventolando un manifesto costituzionale per scardinare la nostra Carta e arrivare – ammonisce – a un conflitto politico profondo che toccherà tutto il Paese”. Resta solida la copertura della Lega alla riforma: “Aspettiamo il Cdm ma non c’è nessun problema” garantisce Umberto Bossi.

marzo 10, 2011 Pubblicato da | Riforma della giustizia | 1 commento

Giustizia, Berselli: Ottimista su ok a riforma entro fine legislatura

Meglio andare a referendum che perdere tempo a cercare la maggioranza dei due terzi. Può darsi che i Radicali siano disposti ad appoggiare alcuni punti

“L’importante è approvare il disegno di legge entro fine legislatura e andare al referendum, senza perdere tempo a cercare la maggioranza dei due terzi in Parlamento”. E’ l’opinione di Filippo Berselli (Pdl), presidente della commissione Giustizia del Senato, sulla riforma della giustizia annunciata dal premier Silvio Berlusconi. Berselli è ottimista sulla tempistica. “Mi auguro che il ddl si possa approvare prima della scadenza della legislatura nel 2013 – dichiara al VELINO -. I tempi per riuscirci ci sono, nonostante il provvedimento debba passare per quattro letture, due al Senato e due alla Camera”. Piuttosto, osserva l’esponente pidiellino, “va verificata la tenuta della maggioranza alla Camera. Da questo punto di vista è importante anche l’atteggiamento dei deputati radicali perché può darsi che siano disposti ad appoggiare alcuni punti come quella della responsabilità civile, da sempre loro cavallo di battaglia. L’ausilio dei radicali potrebbe far stare più tranquilla la maggioranza a Montecitorio”.


Però, ribadisce Berselli, “bisogna partire già con l’idea che è inutile cercare di approvarla con i 2/3 dei voti. Meglio mettersi l’anima in pace, concentrarsi affinché vada in porto prima della fine della legislatura e poi sottoporla a referendum”. Sui punti della riforma, così come anticipati in questi giorni, “un giudizio più preciso potrò darlo quando il ddl arriva in commissione”, precisa Berselli che aggiunge: “Alcuni aspetti come la separazione delle carriere tra giudici e pm e la responsabilità civile dei giudici mi trovano pienamente favorevole. Il punto sul doppio Csm, invece, devo ammettere che voglio capirlo meglio: un conto è avere dei dettagli, altra cosa è sapere bene come sarebbe strutturato”. E sulle toghe pronte a contestare la riforma del governo, Berselli commenta: “I magistrati pensassero a fare i magistrati. Mi sembra che l’Anm si atteggi a partito politico senza avere alcun esponente eletto dal popolo”.
Fonte Il velino 08/03/2011

marzo 8, 2011 Pubblicato da | Riforma della giustizia | Lascia un commento

Quel ricatto a mano armata

I magistrati annunciano scioperi e proteste. E’ una minaccia che sa di ricatto alla classe politica, un ricatto orribile perché messo in atto a mano armata

I magistrati imbocca­no la linea dura con­tro l’annunciata ri­forma della giusti­zia, annunciano sciope­ri e quant’altro. È una mi­naccia che sa di ricatto al­la classe politica, un ri­catto orribile perché messo in atto a mano ar­mata. Se un insegnante si oppone alla riforma della scuola, può andare in piazza o salire sui tet­ti. Un magistrato invece può sventolare avvisi di garanzia e far sentire il tintinnare di manette. Può distruggere uomini (alcuni in passato sono fisicamente morti per ac­canimento giudiziario), può stroncare carriere, rovinare famiglie, azzop­pare aziende, cambiare il corso della politica con assoluta discrezio­nalità e impunità anche di fronte a casi clamoro­si di abuso di potere ed errori come abbiamo do­cumentato nell’inchie­sta pubblicata nei giorni scorsi. E tutto sorretto da una stampa complice di una delle battaglie più illiberali e pericolose nella storia della Repub­blica.

Andate a rileggere che cosa scrisse dei magistra­ti Repubblica quando in­dagarono e arrestarono per tangenti il suo edito­re De Benedetti, che co­sa disse Fini quando ven­­ne intercettata la sua pri­ma moglie Daniela, cosa confidò D’Alema all’epo­ca dell’inchiesta su di lui per la scalata Unipol. Le dichiarazioni di Berlu­sconi, a confronto, sem­brano quelle di un mode­rato. Poi il vento è cam­biato.

Improvvisamen­te, per questi signori, la magistratura è diventa­ta un totem, sacro, intoc­cabile. Come per miraco­lo le inchieste si sono al­lontanate dal loro cer­chio magico, per coinci­denza Fini e D’Alema si sono messi di traverso a qualsiasi progetto di ri­formare la casta delle to­ghe. Ed è iniziata una ma­novra a tenaglia contro Berlusconi e i suoi uomi­ni. I pasdaran che guida­no la rivolta dei magistra­ti non sono più servitori dello Stato, vogliono co­stituire uno Stato nello Stato, quello di polizia che non riconosce il po­tere legislativo e si auto­proclama indipenden­te. Intanto l’Italia conti­nua a scivolare indietro nella classifica dell’effi­cienza della giustizia, un carrozzone che man­gia milioni a intercetta­re, meglio spiare, nelle vite degli altri ma che poi non sa acciuffare in tempi decenti l’assassi­no di una ragazzina usci­ta da una palestra. Ma questo è vietato dirlo, al­trimenti si commette il delitto di lesa maestà e si può finire nei guai per­ché la giustizia non guar­da in faccia a nessuno ma sa bene dove indiriz­zare lo sguardo.

marzo 8, 2011 Pubblicato da | Uncategorized | Lascia un commento

Governo avanti tutta per riformare la giustizia Carriere separate e responsabilità delle toghe

Entro due settimane un Cdm straordinario stenderà il testo della riforma. Tra i punti: separazione delle carriere, doppio Csm, Alta corte per i procedimenti disciplinari delle “toghe” e maggiori poteri al Guardasigilli. Si discute pure dell’immunità parlamentare

Roma - Il governo ha approvato all’unanimità la relazione del ministro della Giustizia Angelino Alfano. Un Consiglio dei ministri straordinario sarà convocato nei prossimi giorni per l’approvazione definitiva della riforma costituzionale della giustizia. Un comitato formato da ministri ed esperti si riunirà per approfondire i contenuti del testo del ddl.

Le lineee guida della riforma Si terrà non prima di due settimane il consiglio dei ministri straordinario per varare la riforma della giustizia. Manca infatti un articolato, su cui si metterà al lavoro a breve (forse già martedì prossimo) un comitato ristretto di ministri ed esperti. Si tratta infatti di mettere nero su bianco una riforma costituzionale di cui il Guardasigilli Alfano ha illustrato i punti principali stamane durante la riunione dei ministri a Palazzo Chigi. La relazione é stata incentrata sulla separazione delle carriere di giudici e pm; doppio Csm; la creazione di un’Alta corte per i procedimenti disciplinari delle “toghe” e, tra l’altro, l’attribuzione di maggiori poteri al ministro della Giustizia (potrebbe, ad esempio, partecipare alle riunioni del Csm senza diritto di voto). La relazione di Alfano – secondo quanto si è appreso – si sarebbe limitata alle sole riforme costituzionali, senza entrare nel merito del tema delle intercettazioni il cui testo di riforma è da mesi fermo alla Camera.

La divisione con i finiani Alfano avrebbe in sostanza fatto il punto sulla bozza di riforma costituzionale rispetto alla quale i finiani lo scorso novembre avevano dato un altolà: la presidente della Commissione Giustizia Giulia Bongiorno aveva infatti contestato la prevista maggioranza laica del nuovo Csm, l’attribuzione di maggiori poteri al ministro della Giustizia, l’ipotesi di una polizia giudiziaria più autonoma dal pubblico ministero. La trattativa si era interrotta in contemporanea con lo strappo politico tra Pdl e Fli. La decisione del premier Berlusconi, ieri sera, di tornare a spingere il piede sull’acceleratore sulla giustizia ha portato i tecnici del dicastero di via Arenula a tirare fuori vecchie bozze e sintesi. In quella dello scorso novembre, ad esempio, si prevedeva che i pm non sono né un potere né un ordine bensì un “ufficio” organizzato secondo le norme sull’ordinamento; ai pm, indicava la bozza, è consentito esercitare l’azione penale secondo priorità stabilite dalla legge. E ancora: le sentenze di assoluzione in primo grado divengono inappellabili (così riproponendo per via costituzionale la vecchia legge Pecorella bocciata dalla Corte Costituzionale), mentre l’uso della polizia giudiziaria da parte dell’autorità non può avvenire indiscriminatamente, ma “secondo modalità stabilite dalla legge”.

Un “comitato” per scrivere il testo Fissati i punti cardine dalla relazione di Alfano, toccherà ora al comitato ristretto di ministri ed esperti mettere a punto un testo. Dalla prossima settimana dunque – viene fatto notare – si comincerà a sciogliere il nodo della composizione dei due nuovi Csm (entrambi dovrebbero essere presieduti dal Capo dello Stato) e della Corte di disciplina. L’improvvisa accelerazione sulla giustizia – viene fatto notare in ambienti della maggioranza – sarebbe stata decisa anche per dare un segnale chiaro che il governo è nella pienezza delle sue funzioni. Nulla infatti cambierà nell’immediato su questo fronte: trattandosi di un ddl costituzionale, il provvedimento che sarà varato nell’annunciato Cdm straordinario avrà bisogno di una doppia lettura (a maggioranza di due terzi se si vuole evitare il referendum confermativo) e dunque di tempi lunghi. Nel frattempo, però, alla Camera marceranno “proesso breve” e il ddl sulle intercettazioni. Senza dimenticare l’immunità parlamentare prevista dal vecchio articolo 68 della Costituzione, anch’essa indicata da Berlusconi come una priorità.

febbraio 18, 2011 Pubblicato da | Uncategorized | 1 commento

la vera storia delle toghe rosse

Le toghe ’rosse’

Il problema della magistratura politicizzata è ormai il problema più serio

della giustizia in Italia. I sindacati che li raggruppano, Magistratura Democratica

e Movimento per la giustizia raggiungono ormai il 40% della rappresentatività

della magistratura.

Ma vediamo cosa ne dice un loro storico rappresentante, protagonista di

’tangentopoli, e a sua volta vittima in occasione delle vicende legate al caso

Squillante.

Nel 2001 Francesco Misani ha scritto insieme a Carlo Bonini il libro ’[52] La

toga rossa . Storia di un giudice’. Il giudice di cui si parla è lo stesso Misani

che, nel libro, si vanta apertamente di essere stato un giudice ideologicamente

motivato e di aver partecipato all’abbattimento del “sistema”, ma allo

stesso tempo illustra con decine di episodi e con una ricostruzione attendibile

come la magistratura italiana in questi anni sia largamente uscita dai

binari costituzionali per diventare una cosa del tutto diversa dall’“ordine

indipendente ma non sovrano”.

All’indomani dell’emergenza terrorismo che aveva catapultato sul palcoscenico

della cronaca e dell’attualità politica i giudici, scrive Bonini che «Autonomia

ed indipendenza, agli occhi dell’opinione pubblica, si trasformano

in altrettanti attributi che non individuano tanto le garanzie di uno dei poteri

dello Stato rispetto agli altri, quanto la sua inevitabile prevalenza (corsivo

nostro – nda). É un processo evolutivo che si andrà sviluppando negli anni

Ottanta, con la lotta alla mafia, e coronerà negli anni Novanta con il pool e

la stagione di Tangentopoli».

L’egemonia odierna del giudiziario, cui il solo Berlusconi oggi oppone resistenza,

è insomma un prodotto storico della fragilità delle istituzioni democratiche

italiane, che di fronte alle grandi emergenze del Dopoguerra hanno

mostrato la corda e innescato la supplenza della principale istituzione non

democratica del sistema.

Il PCI, spiega Misiani, ha favorito per ragioni di bottega questa evoluzione:

«Il nostro potere di supplenza rispetto all’esecutivo andava crescendo,

grazie anche all’appoggio della sinistra e del PCI in primo luogo, che su noi

magistrati, o, almeno, su una parte di noi, aveva deciso di investire risorse

e attenzione». Ma il PCI si è ritrovato di fatto come l’apprendista stregone:

non lui, ma i magistrati “protetti”, hanno beneficiato della rivoluzione.

Spiega Misiani che dentro a Md «Tangentopoli mise d’accordo tutti, anche

chi come me faticava a risolvere la cosiddetta contraddizione del garantista.

Di fatto, Md colse in Mani Pulite l’occasione che si offriva all’intera magistratura

di legittimarsi due volte. Innanzitutto, di fronte ad un’opinione pubblica che nel corso degli anni Ottanta aveva lanciato più di un segnale

di sfiducia. . . Inoltre, di legittimarsi come nuovo e unico potere superstite

del terremoto cominciato nel ’92».

Più chiaro di così. . .

La fenomenologia della “toga rossa” è imperniata su tre elementi:

1. un pregiudizio relativo alle leggi dello Stato, considerate non l’espressione

della volontà popolare attraverso i suoi rappresentanti politici

(Parlamento e Governo), ma uno strumento dell’egemonia borghese

nella società, e quindi funzionali agli interessi della borghesia;

2. la contestazione pubblica del sistema, delle sue leggi e delle stesse

procedure giudiziarie;

3. l’uso della funzione giudiziaria per promuovere gli interessi di classe

delle classi subalterne (ovvero della sinistra politica) piegando le leggi

vigenti e manipolando fin dove possibile le procedure giudiziarie.

Questi tre elementi si manifestano in maniera molto vistosa negli anni ruggenti

di Magistratura democratica (Md), che sono quelli fra la fine degli anni

Sessanta e la fine degli anni Settanta. Nella mozione del congresso di Roma

di Md del dicembre 1971 leggiamo: «Il nostro comune assunto teorico

è che l’attuale giustizia è una giustizia di classe. . . obiettivo politico di Md

è la realizzazione di un modello di teoria e prassi giudiziaria volto a privare

la giustizia delle sue caratteristiche di strumento di tutela degli interessi

delle classi dominanti per renderla funzionale alle esigenze di uguaglianza,

partecipazione ed emancipazione, sociale ed economica, delle classi lavoratrici».

In questa visione si ritrovavano sia la componente filo-PCI, maggioritaria

in Md, con esponenti del calibro di Giancarlo Caselli, Edmondo Bruti Liberati,

Elena Paciotti, ecc., sia l’ala “gruppettara” (simpatizzanti della sinistra

extraparlamentare) cui appartenevano personaggi come Francesco Misiani,

Francesco Greco (poi esponente di punta del pool di Milano), ecc.

La contestazione pubblica del sistema da parte delle “toghe rosse” era l’elemento

che più le differenziava dagli altri magistrati (che si limitavano ad

applicare le leggi) ed avveniva in molti modi.

I gruppettari prediligevano la partecipazione a convegni, riunioni e trasmissioni

radiofoniche di Potere Operaio, Avanguardia Operaia, Radio Onda

Rossa, ecc. nelle corso dei quali pronunciavano dichiarazioni incendiarie a

favore dell’“abbattimento dello Stato borghese”, presidi delle aule dove si

svolgevano processi con giudici a loro sgraditi, esposti e richieste di misure

disciplinari contro colleghi e superiori (iniziative che si ritorcevano contro

chi le aveva promosse).

Ma la maggioranza di Md, organica al PCI, pur operando con diverso stile,

non è mai stata da meno, sia negli anni Settanta che Ottanta.

Nel 1970 Md come tale promosse la raccolta di firme (poi fallita) per un referendum

popolare per l’abolizione dei reati di opinione e sindacali, ed era

l’epoca dei picchettaggi violenti nelle fabbriche e della violenza verbale (ma

non solo) dell’ultrasinistra. PCI, Psiup e PSI aderirono all’iniziativa.

Nel 1984 Md si battè in prima fila contro il decreto legge che stabiliva il

blocco parziale del pagamento della “contingenza” nelle buste paga dei dipendenti,

definendolo «una grave violazione della legalità costituzionale»

e contro l’installazione dei missili nucleari a Comiso decisa dal parlamento,

in risposta ai missili sovietici, bollata come «oggettivamente eversiva

dell’ordinamento costituzionale».

Sulle pagine di ’Democrazia e diritto’ e di ’Nuovasocietà’ Giancarlo Caselli

ha continuato per anni a testimoniare che per Md i magistrati non dovevano

certamente limitarsi ad applicare le leggi, ma dovevano partecipare alla

trasformazione politica del paese. «La magistratura – così rifletteva il 6 luglio

1979 – viene vista come compattamente schierata accanto ai “potenti”,

secondo una concezione certamente giustificata da vicende di ieri e di oggi,

ma che non tiene nel giusto conto… il delinearsi, all’interno della “corporazione”,

di nuove tendenze sul ruolo dei giudici nella società attuale. Mentre

è necessario che queste nuove tendenze siano da tutti ben conosciute se si

vuole realizzare intorno ad esse un “sostegno di massa” che le sviluppi ulteriormente.

Altrimenti potrebbero essere ricacciate indietro: con evidente

svantaggio per quelle forze politiche e sociali che anche dal mutato atteggiamento

di una parte almeno della magistratura possono ricevere un contributo

per la trasformazione in senso democratico del nostro paese».

Come si nota, Caselli auspicava il cortocircuito opinione pubblica-magistrati

politicizzati già tredici anni prima di Tangentopoli.

Queste posizioni hanno anche influenzato indagini e sentenze passate per

le mani delle “toghe rosse”, e questo evidentemente è il capitolo più inquietante.

Scrive Francesco Misiani: «Non posso negare che nelle mie decisioni

di allora, e parlo delle mie decisioni da giudice, non abbia influito, e molto,

la mia ideologia. Se proprio dovevamo condannare, condannavamo al

minimo e poi mettevamo fuori». «Noi sostenevamo che nello scrivere le nostre

sentenze si dovesse ritenere prevalente la Costituzione, fino al punto di

disapplicare le leggi ordinarie che fossero ritenute in contrasto». Ma non sono

stati soltanto i “poveracci” a beneficiare della parzialità di giudizio delle

“toghe rosse”.

Il caso più vistoso di potenti beneficiari della sensibilità politica dei magistrati

è certamente quello dello scandalo del Sisde del 1993. Di fronte al

diluvio di rivelazioni dannose per i vertici istituzionali del paese da parte

del prefetto Riccardo Malpica, ex direttore del Sisde, e dei suoi uomini arrestati

con accuse di peculato riguardo l’uso di fondi a loro disposizione, gli

allora procuratori di Roma Vittorio Mele e Michele Coiro (Md) agirono non

per far venire a galla tutta la verità, ma per insabbiarla.

Come si ricorderà, Malpica e gli altri giunsero ad accusare Oscar Scalfaro e

Nicola Mancino di averli spinti a mentire riguardo ai fondi extracontabilità

del Sisde affinché non emergesse che anche loro ne avevano ricevuti.

Quel che successe dentro alla Procura di Roma Misiani lo descrive così: «Frisani,

e con lui Torri (i due PM dell’inchiesta – ndr), era convinto che si dovesse procedere senza esitazioni nei confronti di chiunque. E i sostituti più

giovani apprezzavano questo atteggiamento come un esempio di esercizio

imparziale dell’azione penale, sganciato da ogni valutazione di opportunità.

Si opponeva il fronte che aveva alla sua testa Magistratura democratica e i

suoi esponenti di spicco all’interno del Palazzo, come Giovanni Salvi e Pietro

Saviotti. . .

La convinzione “pregiuridica” era che i cinque del Sisde fossero iscritti a

un’operazione diretta a pilotare gli esiti dell’inchiesta verso un approdo politico

che avrebbe trascinato le istituzioni e il paese nel marasma e nel discredito.

E che pertanto l’operazione andava soffocata sul nascere».

Prevalse la seconda posizione, e venne deciso di arrestare il flusso delle rivelazioni

degli inquisiti sollevando un nuovo capo di imputazione contro

di loro: “attentato agli organi costituzionali” art. 289 del Codice penale.

La trovata funzionò, e il caso Sisde prese a sgonfiarsi.

Commenta Misiani: «Con quella scelta sul 289 è indubbio che una parte di

Magistratura democratica e Michele (Coiro – ndr) in primis ottennero una

legittimazione politica forte da parte delle istituzioni. Avevano dimostrato

- e non per opportunismo – che nel momento del bisogno la magistratura di

sinistra sapeva, perché convinta, fare quadrato».

Le caratteristiche di Md che abbiamo sin qui illustrato le ritroviamo tutte nel

pool di Milano negli anni di Tangentopoli e dopo: la polemica ed i giudizi

distruttivi contro gli altri poteri ma anche contro altri magistrati, la manipolazione

delle procedure di legge per perseguire obiettivi particolarmente

“sentiti”.

Si pensi al “pronunciamento” televisivo dei magistrati del Pool nel luglio

1994 contro il decreto Biondi, all’appello contro la riforma della custodia

cautelare firmato da un centinaio di PM, alla demonizzazione della classe

politica tutta intera da parte di Gherardo Colombo nella sua famosa intervista

al Corriere della Sera nel 1998, e alla solidarietà espressa a lui da 60

magistrati di Milano contro l’iniziativa disciplinare che era stata aperta nei

suoi riguardi.

Colombo aveva detto: «. . . negli ultimi venti anni la storia della nostra Repubblica

è una storia di accordi sottobanco e patti occulti. L’Italia la si può

raccontare a partire da una parola: ricatto. . . Io dico che nel metabolismo

politico-sociale del paese ci sono ancora le tossine dei ricatti possibili e sono

queste tossine che consigliano di organizzare le nuove regole della Repubblica

non intorno al conflitto, ma intorno al compromesso».

Si pensi a Francesco Saverio Borrelli che dopo l’arresto del giudice Squillante

arriva ad attaccare la Procura di Roma in toto dichiarando: «I magistrati

romani subiscono una pressione atmosferica che talvolta può essere sentita

inconsapevolmente e talvolta può portare a connivenze o complicità».

Che i magistrati del Pool abbiano fatto uno strappo alla regola più di una

volta non lo diciamo noi, ma protagonisti come Italo Ghitti e Francesco Misiani.

Dichiarò il Gip storico di Mani Pulite, poco prima di abbandonare il suo incarico, a proposito delle continue violazioni del segreto istruttorio: «Ci fu

un momento in cui ebbi la certezza che determinate notizie uscivano dagli

uffici dei PM e mi resi conto di non riporre più fiducia nella correttezza di

alcuni magistrati del Pool».

E a proposito del radicamento a Milano dell’inchiesta Enimont, le cose sarebbero

andate così: «. . . ci fu una riunione presso il procuratore Mele… A

parte il procuratore Volpari… tutti gli altri partecipanti ritenevano in cuor

loro che dal punto di vista giuridico la questione di competenza andasse

risolta a favore di Roma. Malgrado ciò, prevalse l’opinione caldeggiata da

Mele, secondo la quale valeva la pena di liberarsi di un procedimento così

fastidioso e scottante».

Ai dubbi di Misiani Gherardo Colombo avrebbe poi risposto: «Forse non hai

capito, Ciccio, ma qui non dobbiamo decidere chi è competente, ma chi può

fare o non fare le inchieste. A Milano, in questo momento storico irripetibile,

si possono fare. Qui a Roma no».

In conclusione, attraverso tre decenni di emergenze (terrorismo, mafia, Tangentopoli)

i magistrati italiani hanno assunto – nella concomitante crisi delle

altre istituzioni – un profilo squisitamente politico, che all’inizio del periodo

apparteneva soltanto alle “toghe rosse”.

Non soltanto formulano giudizi di merito sulle vicende politiche e su quelle

del mondo della giustizia, ma agiscono sulla base di tali valutazioni nel

contesto di iniziative o di omissioni di atti giudiziari. Inevitabilmente la loro

discrezionalità solleva le proteste dei politici (anche di quelli di sinistra,

ma solo quando sono al governo) e le perplessità dell’opinione pubblica.

Un soggetto che agisce politicamente senza risponderne a nessuno fa problema in termini di deficit democratico, perché esercita un potere che in democrazia deve avere il suggello delle urne, cosa che qui non avviene.

Il gran ricorso dei magistrati del Pool di Milano alla piazza mediatica, alle

dichiarazioni ed agli appelli enfatizzati da giornali e tivù, testimonia che

essi stessi hanno presente il problema: cercano il consenso dell’opinione

pubblica proprio perché sanno di essere un potere politico e ambiscono alla legittimazione democratica. (da ’La vera storia delle toghe rosse’)

febbraio 3, 2011 Pubblicato da | Uncategorized | 3 commenti

Giustizia: Berlusconi, la prossima settimana riforma in Cdm

Premier: abbiamo lavorato per accordo preventivo

ROMA – La riforma della giustizia ”e’ praticamente completata con un suo articolato” e sara’ presentata al Consiglio dei ministri la prossima settimana: il premier Silvio Berlusconi imprime una nuova accelerazione alla riforma messa a punto dal Guardasigilli Angelino Alfano. E avverte che il contenuto di questa ”e’ gia’ stato sottoposto a tutte le forze politiche presenti in Parlamento per trovare un accordo definitivo”. Poi, torna sulla questione intercettazioni dicendo che e’ un problema a cui ”si dovrebbe rimediare perche’ e’ terribile vivere in un Paese in cui non puoi avere la certezza di non essere intercettato”. L’accelerazione sulla riforma, anche all’interno della stessa maggioranza, viene letta in modi diversi. Alcuni sostengono che si tratti di un modo per ‘battere il ferro finche’ e’ ancora caldo’ con i finiani. Ieri, infatti, i senatori di Fli hanno detto si’ al cuore del Lodo Alfano (la norma che garantisce per il premier e il Capo dello Stato la sospensione dei processi cominciati anche prima dell’assunzione dell’incarico), pertanto meglio presentare subito un testo scritto nella speranza di incassare a breve un altro si’. Secondo altri, invece, sarebbe solo un modo per esercitare un pressing su Alfano. La giustizia, sarebbe l’idea del premier, e’ un punto cardine e pertanto non si puo’ continuare a rinviare. Dopo l’incontro Fini-Alfano, a via Arenula si ipotizzava uno slittamento dell’esame del testo al Cdm di diverse settimane (”almeno a fine novembre”). In realta’, si osserva ancora nel Pdl, un’intesa con i finiani, almeno sui principi, sarebbe stata raggiunta. E siccome Fini ieri aveva sospeso il ‘giudizio’ in attesa di un testo scritto, eccolo accontentato. Alfano lavora da tempo alla riforma e la bozza che circola ufficiosamente da qualche tempo subisce continue limature anche a seconda dei ‘suggerimenti’ o delle critiche che arrivano dai finiani, a cominciare dal presidente della commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno che da giorni si confronta con il Guardasigilli e con il legale del premier Niccolo’ Ghedini. Sul Lodo Alfano, intanto, il segretario del Pd Pierluigi Bersani annuncia barricate e l’intenzione di sostenere il referendum contro il ddl, per il quale l’Idv di Antonio Di Pietro sta da tempo raccogliendo le firme. Mentre il Guardasigilli difende Fli che ieri si e’ espressa a favore della retroattivita’. I finiani, osserva l’inquilino di via Arenula, hanno ”mantenuto una posizione coerente con cio’ che avevano sempre detto”. Dire si’ al Lodo, come annunciato da tempo da Fini, significa dire si’ anche alla misura sulla retroattivita’ che, Giulia Bongiorno, proprio ieri ha definito ”l’essenza del provvedimento”, prosegue Alfano. Del resto, si ribadisce nel Pdl, se la sospensione non si potesse far valere per i processi cominciati prima del conferimento dell’incarico istituzionale non potrebbe servire a Berlusconi. Il finiano Fabio Granata, pero’, fa capire di aver gradito poco il voto di ieri sul Lodo. Sulla legalita’ e sulla giustizia, ricorda, Fli si gioca una partita decisiva. Soprattutto in vista delle prossime elezioni. E il via libera alla norma sulla retroattivita’, avverte, ”ha disorientato l’opinione pubblica e gran parte dei quadri e dei militanti”. Quindi, in futuro, si dovra’ fare piu’ attenzione. Passi il Lodo sul quale da tempo Fli si era impegnata ad approvarlo, avverte Granata, ma non bisogna piu’ commettere ”gravi errori politici” come quello di votare a favore di Pietro Lunardi, l’ex ministro dei Trasporti accusato di corruzione. La Camera, infatti, anche con il ‘si’ di molti finiani (Granata ha votato ‘no’), ha rinviato ai magistrati di Perugia gli atti con i quali questi chiedevano l’autorizzazione a procedere contro Lunardi. E infatti, assicura Nino Lo Presti (Fli), quando si dovra’ decidere sull’autorizzazione, ”noi voteremo a favore”.

GIUSTIZIA:BOZZE PDL,GIUDICI UN POTERE E PM UN ‘UFFICIO’ – Separare i giudici dai pm e garantire ad entrambi ”autonomia ed indipendenza”, ma mentre i primi verrebbero definiti esplicitamente come un ”potere” dello Stato, i Pm non sarebbero neanche un ordine, ma un ”ufficio” organizzato secondo le norme dell’ordinamento giudiziario e chiamato ad esercitare l’azione penale in base a priorita’ stabilite dalla legge. Sebbene sia ancora un cantiere aperto, la riforma della giustizia per via costituzionale che il Guardasigilli Angelino Alfano ha illustrato a grandi linee prima al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e ieri ai presidenti di Senato e Camera, Renato Schifani e Gianfranco Fini, sta prendendo corpo in bozze di articolato che verranno poi sottoposte a Fli e Lega. Prima di dare il loro ‘placet’ i finiani chiedono di vedere il testo, ma le preoccupazioni espresse dal presidente della Camera sono ben chiare: non verranno accettate ”norme controverse” tali da comportare un’ ”ingerenza del potere esecutivo su quello giudiziario”. Alfano parla di ”dovuta ponderatezza” su un testo che sta subendo aggiustamenti anche sostanziali: la previsione di un quorum qualificato per le pronunce di illegittimita’ della Consulta e’ caduta, e altrettanto rischia la nomina elettiva di magistrati onorari per le funzioni di Pm che piace tanto alla Lega, ma non ai finiani. Nel ribadire che l’autonomia e l’indipendenza di giudici e Pm non saranno toccate ma, se possibile,”rafforzate”, Alfano dovra’ pero’ convincere i finiani che cio’ non andra’ in rotta di collisione con alcuni punti a rischio controversia. Innanzitutto l’ipotizzato rafforzamento del ruolo del ministro della giustizia.
Ecco, in sintesi, i principali punti della riforma allo studio.
GIUDICI E PM SEPARATI. I magistrati si distinguono in giudici e Pm e la legge assicura la separazione delle loro carriere, con concorsi diversi. I primi – nelle bozze dei tecnici del Pdl – sono un ordine autonomo e indipendente da ogni potere e sono soggetti solo alla legge. L’ufficio del Pm e’ invece organizzato secondo le norme sull’ordinamento giudiziario che ne assicura l’autonomia e l’indipendenza ed esercita l’azione penale secondo le priorita’ stabilite dalla legge.
PRINCIPIO DI RESPONSABILITA’. Giudici e Pm sono direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione di diritti. L’accertamento delle loro responsabilita’ sara’ stabilito con legge ordinaria.
POLIZIA GIUDIZIARIA. L’uso della pg da parte dell’autorita’ giudiziaria non avverra’ piu’ indiscriminatamente, ma ”secondo modalita’ stabilite dalla legge”.
DUE CSM, FORSE 50% DI NOMINA PARLAMENTARE. Scartata l’ipotesi di un Csm dei giudici e uno dei pm in cui la componente ‘togata’ sia in minoranza, si sta pensando di portare al 50% la quota dei membri di nomina parlamentare con lo scopo, comunque, di ridurre il peso delle correnti della magistratura. Entrambi i Csm sarebbero presieduti dal Capo dello Stato (ma la questione e’ piu’ che mai aperta). E potranno operare con ‘paletti’ ben precisi: divieto di adottare atti di indirizzo politico e obbligo di fornire pareri su ddl solo su richiesta del ministro.
ALTA CORTE DI DISCIPLINA. In un organismo ad ‘hoc’, probabilmente di nove membri eletti tra i componenti dei Csm delle magistrature, confluiranno i procedimenti disciplinari di tutte le ‘toghe’ (ordinarie, contabili e amministrative).
PIU’ POTERI A MINISTRO GIUSTIZIA. Riferira’ ogni anno alle Camere sullo stato della giustizia, sull’esercizio dell’azione penale e sull’uso dei mezzi di indagine. Potra’ partecipare alle riunioni dei Csm senza diritto di voto. La sua funzione ispettiva verra’ specificata in Costituzione. Concorrera’ col Csm alla formazione di giudici e Pm.
INAPPELLABILITA’ SENTENZE DI ASSOLUZIONE. Contro la sentenza di condanna sara’ sempre ammesso l’appello, mentre le assoluzioni diventerebbero appellabili nei casi previsti dalla legge.
PARTECIPAZIONE DEL POPOLO ALL’AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA. Si ipotizza di precedere la nomina, anche elettiva, di magistrati onorari alle funzioni di pm.
LODO ALFANO: CONSIGLIERI CSM DIVISI SU RETROATTIVITA’ – Il Lodo Alfano retroattivo divide i consiglieri del Csm. Se i laici del Pdl ritengono che lo scudo a favore del presidente del Consiglio e del presidente della Repubblica anche per fatti antecedenti all’assunzione della carica non crei alcuno strappo e sia, anzi, conforme alle regole che disciplinano il processo, tra i togati c’e’ chi pensa invece che cosi’ si concretizzi una violazione del principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. La polemica politica sulla retroattivita’ non e’ fondata per Annibale Marini, presidente emerito della Consulta e ora laico del Pdl, che spiega: ”il lodo Alfano non e’ una norma sostanziale, non e’ un’immunita’. E’ una norma che sospende il processo e tutte le norme processuali sono immediatamente applicabili: non c’e’ dunque nemmeno bisogno di stabilirne la retroattivita”’. ”Nel processo penale vige la regola ‘tempus regit actum’, cioe’ la norma processuale si applica al momento in cui si rende necessario – conferma Filiberto Palumbo, anche lui laico del Pdl e che da avvocato ha difeso con Nicolo’ Ghedini Silvio Berlusconi nell’inchiesta Rai-Agcom della procura di Trani -. Questo sta a significare che e’ del tutto improprio parlare di retroattivita’ della legge processuale”. Per Palumbo non e’ neppure un problema il fatto che lo scudo riguardi solo il premier e non anche i ministri: ”Il presidente del Consiglio svolge una funzione molto piu’ complessa di un ministro: se si blocca un ministro il governo va avanti lo stesso, ma se si blocca il presidente del Consiglio il governo si ferma”. Sul fronte opposto Roberto Rossi, togato del Movimento per la Giustizia: ”Non entro nel merito specifico perche’ non conosco il testo, ma in generale mi lascia perplesso la possibilita’ di un qualsiasi esonero processuale di responsabilita’, e dunque qualsiasi sospensione del processo che non sia collegata alla funzione; infatti, retroagendo vengono coperti fatti eventualmente commessi nel ruolo di normale cittadino. E questo crea un’inevitabile disparita’ e quindi una violazione del principio di uguaglianza”. ”Mi stupisco dello stupore per la retroattivita’ del Lodo perche’ il problema da risolvere sappiamo tutti qual e’ ” osserva invece un altro esponente dello stesso gruppo, Paolo Carfi’,riferendosi al processo Mills. ”La retroattivita’ – aggiunge- e’ possibile stabilirla per legge; certamente credo che questo non sia frequente”. Ma sull’eventuale incostituzionalita’ del Lodo il consigliere non si sbilancia: ”e’ una materia delicata sotto tutti i profili”.

ottobre 20, 2010 Pubblicato da | Uncategorized | 1 commento

Napolitano: L’eccessiva durata processi mina la fiducia dei cittadini

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del “I Forum Internazionale per lo sviluppo della giustizia elettronica”, organizzato dall’Associazione Bancaria Italiana, ha inviato al presidente Giuseppe Mussari un messaggio in cui esprime “l’auspicio che anche attraverso una ulteriore utilizzazione delle tecnologie informatiche si garantisca la piena attuazione dei principi del ‘giusto processo’”. Il capo dello Stato rileva che l’incontro costituisce una “importante occasione per un confronto – anche a livello europeo – sullo stato della innovazione tecnologica in ambito giudiziario e sui progetti e le iniziative in grado di ampliarne e migliorarne la utilizzazione. Più volte ho ricordato che la eccessiva durata dei processi mina la fiducia dei cittadini nel ‘servizio giustizia’ e compromette anche la capacità competitiva del nostro Paese sul piano economico. Il recupero di una piena funzionalità del sistema esige scelte coraggiose che ne riducano i costi di gestione e ne semplifichino le procedure con il contributo di tutti gli operatori e di ogni altra realtà interessata, compresa quella imprenditoriale. Esprimo perciò vivo apprezzamento per l’impegno che l’Abi pone a tal fine, contribuendo a realizzare progetti di informatizzazione della giustizia – tra i quali il processo civile telematico – la cui sperimentazione ha dato risultati ampiamente positivi che impongono di proseguire lungo la strada intrapresa. Le professionalità e le risorse messe a disposizione dall’Abi, la fattiva cooperazione con le strutture ministeriali, la consapevole disponibilità dell’avvocatura e della magistratura consentiranno, ne sono certo, quello ‘scatto’ di efficienza del sistema che il Paese attende da tempo”.

Le valutazioni del capo dello Stato innescano una vivace polemica tra gli schieramenti. Se per il Pd Napolitano ha segnato una strada lontana da quella delle leggi ad personam, il Pd legge le parole del presidente della Repubblica come uno sprone ad agire nella direzione della riforma inserita dal premier tra i cinque punti programmatici per il rilancio dell’azione di governo. Gianfranco Fini, in un’intervista concessa al quotidiano spagnolo “El Pais”, ha incalzato Berlusconi indicando proprio nella giustizia il terreno sul quale il governo potrebbe cadere. Ma il capogruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto replica che l’esecutivo, “realizzando il programma su cui si sono fatte le elezioni, non dovrebbe correre rischi e credo che anche Fini sia d’accordo con la separazione delle carriere, con lo scudo alle alte autorità dello Stato, con una riforma che è stato uno dei temi fondamentali del programma su cui ci siamo presentati alle elezioni. Credo che su questo non ci siano i termini per differenziarsi – ha aggiunto il presidente dei deputati Pdl – e credo anche che Fini debba riflettere su quanto ha detto oggi il presidente della Repubblica sulla minore durata dei processi, che è uno dei provvedimenti che il governo ha messo in campo”. Quanto ai tempi e all’iter del Lodo Alfano, la riforma costituzionale per garantire uno ‘scudo’ alle più alte cariche istituzionali, “il confronto è tutt’ora in corso”, ha concluso Cicchitto.

ottobre 13, 2010 Pubblicato da | Uncategorized | Lascia un commento

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